La parola veda

Veda significa conoscenza. La radice sanscrita da cui deriva indica il sapere e appartiene a una famiglia che l’italiano frequenta ogni giorno: la stessa radice indoeuropea produce il latino videre, i nostri «vedere», «avvedersi», «evidenza» e il greco idéa. Nella famiglia linguistica a cui il sanscrito appartiene insieme alle lingue europee, il sapere e il vedere nascono attaccati.

Il dettaglio conta più di una curiosità etimologica. La conoscenza che questa parola nomina comincia da un’esperienza diretta, dal constatare invece che dall’argomentare. Una tradizione che chiama il proprio corpo di testi «le conoscenze» sta dicendo che quello che vi si trova andrebbe verificato, prima che creduto. È la ragione per cui il progetto porta questa parola nel nome.

Una tradizione al plurale

L’espressione «tradizione indiana» copre tre millenni, più lingue, scuole in disaccordo fra loro su quasi tutto. Qualche punto fermo permette di muoversi con più agio.

I Veda in senso stretto sono raccolte di inni e formule rituali, trasmesse oralmente con una precisione tecnica notevole prima di essere messe per iscritto. Le Upanishad segnano un cambio di genere: sono dialoghi speculativi, dove la domanda si sposta dal rito al soggetto che lo compie. La Bhagavad Gita arriva più tardi, con un progetto suo, tenere insieme la vita attiva e la ricerca spirituale. Gli Yoga Sutra organizzano una via dello yoga in aforismi. La Charaka Samhita appartiene a un genere ancora diverso, quello del trattato medico, con la sua classificazione delle malattie, la sua farmacopea, le sue norme di comportamento professionale. La Hatha Yoga Pradipika chiude l’elenco molti secoli dopo, compilando materiali di testi precedenti.

Le datazioni di queste opere restano forbici larghe. Gli studiosi lo dichiarano. I testi sono stati trasmessi, rivisti, ampliati e ricomposti per secoli da più mani, in una cultura che attribuiva le opere a un maestro fondatore invece che al redattore effettivo. Chi cerca una data di pubblicazione sta applicando una categoria moderna a un oggetto che si è formato altrimenti.

Un paragone rende la scala evidente. Chiamare tutto questo «tradizione indiana» equivale a mettere sotto una sola etichetta Parmenide, Galeno, Tommaso d’Aquino e Cartesio. L’etichetta è corretta e da sola serve a poco.

Va aggiunta una precisazione su due cose che oggi si trovano quasi sempre insieme. Ayurveda e yoga hanno origini distinte e scopi distinti: il primo è un sapere medico, il secondo una disciplina di liberazione. Condividono un ambiente culturale, un vocabolario, alcune idee sul respiro e sulle qualità. La loro combinazione in un’offerta unica, con la lettura costituzionale accanto alla pratica posturale, appartiene in larga parte al mercato del benessere degli ultimi decenni. Che funzioni per chi la frequenta resta una questione aperta e legittima. La sua antichità è un’altra cosa.

I tre dosha

L’ayurveda, parola sanscrita che unisce la conoscenza alla vita, legge la persona attraverso tre fattori: vata, pitta, kapha.

Sono tre insiemi di qualità in movimento. Vata raccoglie il secco, il freddo, il leggero, il mobile, l’irregolare: presiede a tutto ciò che si sposta. Pitta raccoglie il caldo, l’acuto, il fluido, il penetrante: presiede a tutto ciò che trasforma. Kapha raccoglie il pesante, il lento, lo stabile, l’umido: presiede a tutto ciò che tiene insieme e sostiene. La resa «umore» arriva dalla medicina europea e trascina con sé una fisiologia che qui è fuori posto. La resa «costituzione» suggerisce una fissità che il termine originale ha in misura minore.

Il principio operativo si formula in una frase: il simile aumenta il simile, l’opposto riequilibra. Chi ha già molto caldo dentro di sé, esposto a caldo, secco e piccante, ne accumula ancora. Chi tende alla pesantezza e alla lentezza, con una vita ferma e un’alimentazione densa, si appesantisce. Il ragionamento procede per qualità e le insegue ovunque si presentino, nel cibo, nel clima, nelle ore, nelle attività. La sua eleganza sta nel fatto che chiunque può seguirlo senza conoscere il sanscrito.

Da questo principio la tradizione ha ricavato una parte pratica che nei trattati occupa più spazio della teoria: l’organizzazione della giornata e quella dell’anno. Una persona vive dentro un ambiente che ha le proprie qualità, sommate alle sue. L’estate aggiunge caldo a chi ne ha già in abbondanza, l’autunno aggiunge secco a chi tende al secco.

Una proporzione, non un’etichetta

La distinzione che regge tutto è quella fra prakriti e vikriti. La prima indica la proporzione fra i tre fattori che la tradizione considera stabile per tutta la vita. La seconda indica lo stato attuale, che cambia con le stagioni, il cibo, il sonno, l’età, le circostanze. Le due cose vengono confuse continuamente.

Un caso concreto. Una persona ha letto qualcosa sull’argomento, ha compilato un questionario, ne è uscita con un risultato: «sono vata». Da quel momento usa la parola come userebbe un segno zodiacale. Spiega con quella parola la propria fretta, la propria distrazione, le proprie insonnie. Tre cose sono andate storte insieme.

La prima è che una lettura relativa è diventata un’etichetta fissa. I tre fattori descrivono proporzioni fra qualità, tutte presenti in ciascuno, in un dosaggio che cambia. Trasformare una proporzione in una categoria di appartenenza fa perdere al sistema la sua parte mobile, che è quella utile.

La seconda è la sovrapposizione fra i due termini. Un questionario, quasi sempre, registra lo stato di quel periodo. Una persona che dorme male da sei mesi per ragioni sue risponde a partire da quei sei mesi. Chiamare costituzione di partenza quello che è uno stato attuale significa scambiare una fase per un destino.

La terza è che una domanda si è trasformata in una spiegazione. Prima della parola quella persona aveva davanti un fatto da guardare: dormo male, corro troppo, mangio a orari sparsi. Dopo la parola ha una causa che chiude il discorso.

Usata bene, la stessa lettura fa il contrario. Riconosce che una persona, in questo periodo, si muove con irregolarità e fatica a fermarsi. Chiede che cosa nella sua giornata la stabilizzi e che cosa la disperda ancora di più. Osserva se la stessa cosa succedeva due anni fa oppure è arrivata di recente. Restituisce differenze invece di norme.

Nella tradizione la lettura si fa nel tempo, attraverso l’osservazione ripetuta e il colloquio. Per questo la Mappa Tao Veda restituisce una traccia di osservazione sullo stato attuale di chi la compila, come inizio di una conversazione. Formulare diagnosi, prescrivere terapie, sostituire una valutazione clinica sono cose che stanno fuori dal suo raggio e appartengono a professioni regolamentate.

Il prana e il respiro

Prana è insieme il respiro e ciò che il respiro porta con sé.

C’è una ragione ordinaria per cui queste tradizioni hanno messo il respiro al centro, verificabile mentre si legge. Fra le funzioni che tengono in vita una persona, il respiro è l’unica che stia contemporaneamente sotto il controllo volontario e fuori da esso. Il battito tiene il proprio tempo senza chiedere permesso, la digestione procede per conto suo. Il respiro continua da solo per tutta la notte e può essere preso in mano in qualunque momento, rallentato, allungato, sospeso, poi restituito all’automatismo che lo aveva in carico.

Questa doppia natura fa del respiro una soglia praticabile. Chi voglia intervenire su uno stato senza passare dal pensiero ha lì il proprio unico appiglio diretto. Il fatto è ordinario al punto che quasi tutte le tradizioni contemplative del mondo, in Asia come in Europa, ci sono arrivate per conto proprio.

L’osservazione che regge l’impianto è alla portata di chiunque. Il respiro cambia insieme allo stato di chi respira: si accorcia nella paura, si sospende nella sorpresa, si allarga quando una tensione cala. La relazione funziona anche nell’altro verso, come sa chiunque abbia provato a rallentare il respiro dopo uno spavento. Su questa soglia lavora il pranayama, che la tradizione codifica in forme numerose, con proporzioni fra le fasi del respiro, ritmi, conteggi.

Resta la cautela di fondo, la stessa che vale per il qi. Prana è una parola di questa tradizione, dentro un impianto descrittivo che ha il suo tempo e il suo contesto. Presentarla come una grandezza fisica misurabile, oppure sostenerla con analogie prese dalla fisica contemporanea, significa uscire da quello che le fonti dicono e da quello che chiunque può verificare.

Il corpo come soglia

Circola un luogo comune secondo cui la spiritualità indiana disprezzerebbe il corpo. Come tutti i luoghi comuni ha un fondamento parziale: alcune correnti ascetiche hanno trattato la vita corporea come un ostacolo da ridurre. Altri testi della stessa tradizione dicono cose molto diverse.

Una delle mappe più note descrive gli involucri dell’essere, dal più denso al più sottile. Il primo è fatto di cibo, il secondo di respiro, poi vengono quello mentale, quello del discernimento, quello della gioia. La struttura procede verso l’interno senza buttare via nulla per strada. Chiamare «fatto di cibo» lo strato più esterno significa descrivere una persona come un processo di scambio con il mondo che la circonda: si è fatti anche di quello che si prende dall’esterno.

Anche lo yoga, letto nelle sue fonti, corregge una convinzione diffusa. Gli Yoga Sutra lo articolano in otto rami: le regole verso gli altri, le regole verso sé stessi, la postura, il lavoro sul respiro, il ritiro dei sensi, la concentrazione, la meditazione, l’assorbimento. La postura è uno degli otto e nel testo significa poco più che una posizione seduta stabile e comoda, adatta a restare fermi a lungo. Il repertorio ampio di posizioni che oggi riempie le sale arriva dai testi hatha del secondo millennio e, per una parte consistente, dal Novecento, quando lo yoga si è incontrato con la ginnastica europea. Sapere come sono andate le cose restituisce alla pratica contemporanea la sua storia effettiva, interessante quanto quella che si racconta di solito.

Per Tao Veda il punto attraversa tutti e otto i rami. Il percorso comincia dalla condotta, passa dalla postura e dal respiro, arriva all’attenzione. Corpo, respiro e attenzione partecipano insieme al conoscere, in una sequenza dove il corpo viene prima.

Cosa Tao Veda raccoglie da qui

Un vocabolario dell’ascolto personale. Qualità invece di misure: pesante e leggero, caldo e freddo, mobile e stabile, secco e umido. Sono parole che chiunque può usare per descrivere come si sente in un certo periodo, senza bisogno di formazione tecnica e senza pretendere che descrivano un meccanismo.

Un’idea di metodo: la differenza fra le persone viene prima della norma. Chi lavora con qualcuno parte da come è fatta quella persona lì, in quel momento della sua vita, invece che da un profilo medio a cui adattarla.

Il principio di compensazione, riportato alla scala di una giornata. Chi passa dieci ore davanti a uno schermo, in una postura ferma, con il pensiero che corre, ha davanti una domanda semplice: quale qualità manca. La risposta di solito è ovvia. La difficoltà sta nel darsela invece che nel trovarla.

Resta il limite, che questo territorio fa dimenticare in fretta. La lettura costituzionale funziona come lente: serve a guardare con più attenzione, a formulare domande migliori, a notare che due persone hanno bisogni diversi nella stessa situazione. Diventa un’etichetta nel momento in cui smette di essere rivista. Da lì in avanti chiude quello che avrebbe dovuto aprire.

È la stessa lettura costituzionale che, nella Mappa Tao Veda, dialoga con i cinque movimenti della Medicina Cinese. Per le fonti, dalle Upanishad alla Charaka Samhita, vedi la bibliografia.