Sostanza e trasformazione
Quando la filosofia greca comincia, la domanda che si pone riguarda ciò che permane. Di che cosa è fatta la realtà, che cosa resta identico mentre le apparenze cambiano. Talete risponde l’acqua, Democrito gli atomi, Aristotele costruisce l’idea di sostanza.
Il pensiero cinese antico si è concentrato altrove. La domanda che organizza i suoi testi riguarda il movimento: come si trasforma una situazione, secondo quali ritmi, in quale direzione, a che punto del proprio ciclo si trova adesso. Un sistema che cerca sostanze produce tipi di oggetti, ciascuno con la sua definizione. Un sistema che cerca movimenti produce fasi, momenti riconoscibili di un processo che continua.
Questa contrapposizione è una semplificazione utile, da maneggiare come tale. Il pensiero greco ha avuto Eraclito, che ha guardato il reale come flusso. Il pensiero cinese ha avuto scuole interessate alla definizione e all’argomentazione rigorosa. La formula stessa ha una storia recente: sono stati sinologi europei del Novecento a costruire il contrasto nella forma netta in cui circola oggi, in parte perché avevano bisogno della Cina come immagine allo specchio dell’Europa. La lettura resta feconda, a condizione di sapere che è una comparazione novecentesca invece di un dato di natura.
Le due parole del titolo
Tao significa strada: la via che porta da un posto a un altro, il tracciato che i piedi hanno battuto abbastanza da renderlo riconoscibile. Come verbo, lo stesso carattere vuol dire parlare, guidare, indicare il cammino. Da questa base concreta si sviluppano gli usi più larghi: il modo in cui una cosa si fa, il corso che le cose seguono, il principio da cui tutto procede.
La parola apparteneva a tutti. Confuciani, mohisti, legisti parlano del dao, ciascuno intendendo la via giusta secondo la propria scuola. Chi oggi legge «il Tao» come nome proprio di un assoluto misterioso sta ricevendo come termine tecnico una parola che nella Cina antica era di uso comune. Il testo taoista fa una mossa in più: usa quel vocabolo familiare per indicare qualcosa che precede ogni via particolare, avvertendo subito che nominarlo lo manca.
Il Tao che può essere nominato non è il vero Tao. Tao Te Ching · cap. 1
Te, oggi più spesso traslitterato de, arriva in italiano come «virtù», termine che suona morale e che qui significa altro. Indica la potenza propria di una cosa, quello che una cosa può in quanto è fatta così. Il parallelo utile è il latino virtus, la forza che rende capaci, prima che i secoli successivi lo spostassero sul terreno del merito.
Per Tao Veda conta soprattutto una conseguenza. Il tao nomina insieme il principio e il modo, il percorso e l’andatura con cui lo si percorre. La domanda che apre è pratica prima che metafisica: qual è, in questa situazione, la direzione che le cose stanno già prendendo.
Yin e yang, due posizioni
I due caratteri richiamano un’immagine concreta: il versante in ombra e il versante al sole di una collina. Una collina sola, due lati, la differenza fatta dalla posizione del sole. Il lato in ombra è tale rispetto all’altro e in quell’ora del giorno. Nel pomeriggio la situazione si rovescia.
L’esempio si svolge fino in fondo, perché è il punto in cui la lettura europea scivola più spesso. Una persona in una riunione di lavoro, accanto a un collega che parla poco e misura ogni parola, risulta espansiva, mobile, sbilanciata in avanti: yang. Un’ora dopo, nella stessa stanza, in mezzo a cinque persone che alzano la voce, la stessa persona ascolta, tiene il proprio spazio, interviene una volta sola: yin. Le due letture sono entrambe corrette. Fra la prima scena e la seconda è cambiata la relazione.
Chi cerca di stabilire se quella persona sia yin o yang in assoluto sta usando le due parole come se nominassero due tipi psicologici. In quell’uso il sistema smette di funzionare, perché la sua unica regola è la relatività.
C’è una seconda proprietà, meno intuitiva. Ogni polo, portato al proprio estremo, si converte nell’opposto. Il mezzogiorno è il momento di luce massima ed è anche quello da cui le ore di luce cominciano a diminuire. Chi lavora con le persone incontra la stessa figura in forma ordinaria: lo slancio spinto oltre una certa soglia produce stanchezza, il controllo tenuto troppo a lungo produce cedimento.
Nelle fonti l’associazione con il maschile e il femminile esiste. In alcune epoche è servita anche a fondare gerarchie sociali. Riconoscerlo fa parte del leggere una tradizione per intero, insieme al tempo che l’ha prodotta.
I cinque movimenti
L’espressione cinese è wu xing, cinque movimenti. Il secondo carattere indica l’andare, il procedere. La resa «cinque elementi», diffusa in Europa fin dalle prime traduzioni, sposta il senso verso i quattro elementi greci e lascia intendere cinque materiali di cui il mondo sarebbe composto. Legno, fuoco, terra, metallo e acqua nominano invece cinque qualità del movimento, riconoscibili in qualunque processo abbia una durata.
Il ritmo delle stagioni è il modello più chiaro. Legno è la primavera: qualcosa spinge verso l’alto e verso l’esterno, con la direzione decisa e la forma ancora incerta. Fuoco è l’estate, il massimo di espansione e di calore. Terra è la qualità del raccogliere e del maturare, il momento in cui un processo si assesta e diventa nutrimento. Metallo è l’autunno: si contrae, si separa il grano dalla pula, si lascia andare quello che ha finito il proprio corso. Acqua è l’inverno: la riserva si costituisce in profondità, il movimento rallenta fino a sembrare fermo.
Fra i cinque corrono due relazioni. La prima è di generazione e disegna un cerchio in cui ciascun movimento alimenta il successivo. La seconda è di controllo e disegna una stella in cui ciascuno tiene a freno quello che gli sta due posti avanti: l’acqua spegne il fuoco, il fuoco fonde il metallo, il metallo taglia il legno, il legno rompe la terra, la terra argina l’acqua.
Le due relazioni insieme descrivono un equilibrio dinamico. Quando una fase cresce oltre misura, il modello prevede due esiti: quella che dovrebbe contenerla si esaurisce, oppure quella che dovrebbe esserne nutrita resta a secco. Chi ha gestito un progetto riconosce la figura senza bisogno di traduzione. Una fase di espansione che nessuno modera consuma le riserve. La raccolta arriva poi con le mani vuote.
La tradizione stessa ospita più di una disposizione dei cinque: le varianti convivono da secoli. Le corrispondenze che di solito si incontrano per prime, quelle fra i movimenti e organi, sapori, colori, emozioni, stagioni, sono il risultato di una costruzione lunga secoli, con funzioni che andavano dalla cura al governo. Il valore che conservano sta in una grammatica delle relazioni: un modo di chiedersi che cosa alimenta che cosa, che cosa tiene a freno che cosa, a quale punto di un ciclo si trova una situazione.
Il qi
L’immagine da cui il carattere nasce è quella di un vapore che sale. Qualcosa di visibile che si muove, si disperde nell’aria e al tempo stesso segnala che sotto c’è calore, con una trasformazione in corso.
Nel sistema il qi fa quattro cose, quattro verbi invece di quattro definizioni: circola, si concentra, ristagna, si disperde. Un processo in buona salute circola. Dove il movimento rallenta e si accumula si parla di ristagno, dove si esaurisce si parla di vuoto. L’intero vocabolario descrittivo della medicina cinese si costruisce su questa base, per combinazione.
Un dettaglio smonta buona parte dell’aura. Nella lingua cinese corrente qi entra in decine di parole composte di uso quotidiano: il tempo atmosferico è tianqi, il qi del cielo; arrabbiarsi si dice shengqi, generare qi. Chi parla cinese usa questa parola al mercato, senza alcun riferimento a dottrine. La stessa cosa succede in italiano con «spirito» oppure «umore», che hanno una carriera filosofica alle spalle e una vita quotidiana davanti.
I canali lungo cui il sistema descrive la circolazione del qi sono i meridiani. Appartengono alla mappa tradizionale della medicina cinese e non coincidono con strutture dell’anatomia contemporanea.
Le fonti, tenute distinte
Sotto il nome di pensiero cinese si raccolgono testi con epoche, generi e scopi diversi.
Il Tao Te Ching è attribuito a Laozi, figura la cui esistenza storica resta incerta. Due ritrovamenti archeologici, a Mawangdui nel 1973 e a Guodian nel 1993, hanno mostrato versioni con un ordine diverso da quello corrente: l’opera che leggiamo oggi è il risultato di una stratificazione. Lo Zhuangzi raccoglie mani diverse, quindi chi lo cita sta citando una biblioteca. Lo Huangdi Neijing appartiene al genere medico e arriva attraverso un editore dell’ottavo secolo che riorganizzò versioni disperse. L’I Ching è un manuale divinatorio a strati; la sua fortuna europea si deve alla versione tedesca di Richard Wilhelm, del 1924.
Anche la parola «taoismo» copre cose diverse: la riflessione filosofica dei testi classici, la religione organizzata con i suoi lignaggi e i suoi riti, l’alchimia interna con le sue pratiche meditative e corporee. La separazione fra un taoismo filosofico e uno religioso è essa stessa una costruzione della sinologia europea, comoda per chi legge oggi a patto di sapere che appartiene a noi più che alle fonti.
Accostare questi testi fa emergere un lessico comune della trasformazione. Il lessico condiviso dice che quegli autori abitavano lo stesso mondo mentale, la differenza dei generi dice che ne facevano cose distanti.
Cosa Tao Veda raccoglie da qui
Un modo di formulare domande. Le quattro parole con cui il sistema descrive il qi diventano quattro domande da rivolgere a un’esperienza: dove c’è slancio, dove c’è raccolta, dove il movimento si ferma, dove si disperde. Sono domande sul ritmo di una persona in un certo periodo della sua vita. Restano domande.
Qualcuno racconta un periodo in cui comincia molte cose e ne porta a termine poche. La lettura per sostanze cerca una causa dentro la persona e la trova in un tratto: è disorganizzata, è ansiosa, è fatta così. La lettura per movimenti chiede a che punto del proprio ciclo si trovi quel periodo, quanto slancio ci sia al mattino e quanto ne resti la sera, che cosa alimenti quello slancio e che cosa dovrebbe contenerlo. Le risposte descrivono un ritmo invece di un carattere. Un ritmo si osserva per settimane, cambia, ammette correzioni. Un tratto di carattere chiude la conversazione, perché dice quello che una persona sarebbe. Una fase la tiene aperta, perché dice dove quella persona si trova adesso.
Le immagini dei cinque movimenti e del qi funzionano come strumenti di attenzione: servono a guardare meglio, a notare quello che si tende a saltare, a chiedere invece di supporre. Restano fuori dal loro raggio le affermazioni sul funzionamento del corpo e ogni forma di diagnosi. Chi le usa in quel modo sta chiedendo a un linguaggio il lavoro di un altro.
Resta il modo di agire, che il pensiero taoista chiama wu wei: l’azione che asseconda la direzione già presente in una situazione invece di imporgliene una. Riguarda la vita quotidiana più di quanto riguardi la teoria.
Per le radici di questa tradizione, dal Tao Te Ching allo Huangdi Neijing, vedi la bibliografia. Il gesto che ne deriva è nella pillar Pratica del corpo e meditazione.