Tre parole e una mappa
I nadi sono canali. La tradizione indiana descrive il prana che circola lungo di essi; i tre principali sono ida, pingala e sushumna, il canale centrale che corre lungo l’asse verticale della persona.
I chakra sono ruote. Il termine sanscrito indica un disco che gira. Le mappe li collocano lungo quell’asse, come punti in cui la tradizione riconosce una diversa qualità dell’esperienza, dal più denso al più sottile.
La kundalini prende nome da una parola che significa avvolto. L’immagine è quella di un serpente arrotolato alla base dell’asse, una potenza in riposo che la pratica può mettere in movimento. Il termine compare nei testi tantrici e passa poi alla letteratura dello hatha yoga.
Tutte e tre appartengono a quello che si chiama corpo sottile, una descrizione dell’esperienza interiore con il proprio vocabolario e la propria coerenza. Appartiene alla mappa tradizionale e non coincide con strutture anatomiche della medicina contemporanea. Le due cose rispondono a domande diverse.
Una mappa così si costruisce in un modo preciso. Persone che passavano anni a osservare i propri stati interiori, dentro comunità in cui quelle osservazioni venivano confrontate, hanno annotato regolarità: zone dell’esperienza che tornavano, transizioni riconoscibili, qualità che si presentavano insieme. Da quelle annotazioni sono nati schemi, trasmessi insieme alle pratiche che li rendevano leggibili. Il metodo ha una forza e un limite. La forza è l’osservazione prolungata in prima persona, che resta l’unico accesso possibile agli stati interiori. Il limite è che quell’osservazione risulta difficile da confrontare fra osservatori diversi.
I sistemi tradizionali sono molti
Da qui viene il dato che cambia il modo di leggere tutto il resto. Le fonti tantriche contano i centri in numero diverso: guardando quella letteratura per intero si trovano schemi a tre, quattro, cinque, sei, sette, nove, undici, dodici. Lo schema a sette, quello che oggi sembra immemorabile, è una versione fra molte.
La ragione della varietà è semplice. Ogni lignaggio codificava ciò che le proprie tecniche rendevano evidente. Una pratica centrata sul respiro porta all’attenzione transizioni diverse rispetto a una centrata sulla voce, sulla visualizzazione oppure sul gesto rituale. La mappa segue la pratica invece di precederla. Lignaggi con pratiche diverse hanno prodotto mappe diverse restando in accordo fra loro, perché descrivevano percorsi differenti dentro lo stesso territorio.
Questo spiega anche perché dentro quelle tradizioni il numero giusto interessasse a pochi. Sapere quanti siano i centri serve a chi cerca una descrizione oggettiva del mondo. A chi pratica serve che la mappa in suo possesso funzioni con la pratica che sta facendo.
Anche la parola tantra copre un insieme plurale: correnti hindu e buddhiste fiorite nel subcontinente indiano lungo diversi secoli, con testi, lignaggi e finalità distinti. Lo shivaismo del Kashmir, studiato in Europa da Lilian Silburn, è una di queste correnti e ha una fisionomia propria: una posizione filosofica per cui la coscienza sola è reale e il mondo ne è la manifestazione. Nell’uso occidentale corrente la parola tantra indica quasi sempre altro.
Come è arrivata in Occidente
Le descrizioni visive dettagliate dei centri, quelle che si ritrovano identiche nei manuali contemporanei, derivano in larga parte da un testo tardo rispetto alla letteratura tantrica, che ne riorganizza il materiale in forma ordinata. Lo porta in Occidente John Woodroffe, giudice britannico a Calcutta, che pubblica con lo pseudonimo di Arthur Avalon Il potere del serpente nel 1919, con la traduzione e un ampio studio. È la porta da cui questo materiale entra in Europa e in America.
La posizione di Woodroffe spiega il suo lavoro. Era un magistrato dell’amministrazione coloniale che studiava sul serio le tradizioni del paese in cui prestava servizio, in un’epoca in cui missionari e amministratori le liquidavano come superstizione. La sua opera nasce anche come difesa: voleva mostrare che dietro quei riti stava un sistema filosofico degno di rispetto. La simpatia ne fa un tramite prezioso e insieme orientato, che seleziona il materiale più difendibile e lo presenta nella forma più rispettabile per un lettore europeo colto.
Nel 1927 Charles Leadbeater, esponente della Società Teosofica, pubblica The Chakras e attribuisce a ciascun centro un colore, dichiarando di descrivere quello che osservava per chiaroveggenza. Quei colori arrivano dalla sua osservazione dichiarata invece che da un testo, da un maestro o da una traduzione. Il libro resta in stampa per decenni e forma generazioni di lettori. La scala cromatica dell’arcobaleno che circola oggi appartiene al Novecento occidentale, dove si è formata dentro il movimento che l’ha diffusa.
Nell’autunno del 1932, a Zurigo, Carl Gustav Jung commenta un seminario sul kundalini yoga davanti al Club di Psicologia e legge quei simboli come fasi del processo di individuazione. Jung dichiarò la propria cornice: sapeva di proporre una lettura psicologica invece di un’esposizione della dottrina. Molti successori hanno preso la lettura e lasciato la dichiarazione.
Conoscere questa storia toglie molto meno di quanto sembri. Le mappe restano quello che erano, descrizioni raffinate di stati interiori prodotte da persone che li osservavano con attenzione per una vita. Cambia la distanza da cui le si guarda. C’è anche un guadagno di rispetto: una tradizione presentata con date false viene danneggiata più che protetta, perché la prima verifica seria la fa crollare insieme a tutto quello che diceva di vero.
La parola «attivazione»
«Attivazione» nomina due cose diverse. La distinzione decide il senso di tutto il resto. È lo stesso problema che il qi incontra quando viene reso con «energia»: una parola sola raccoglie significati che appartengono a mondi differenti.
Nel primo senso, attivazione è una promessa: una tecnica che produce un risveglio, con un risultato annunciato e un tempo dichiarato. Tao Veda lavora in un altro modo.
Nel secondo senso, attivare significa tornare in contatto. È il senso dell’alchimia interna taoista, arrivata in Occidente attraverso l’opera di Mantak Chia: l’energia generativa è già lì, il lavoro consiste nel riconoscerla, lasciarla circolare in tutto il corpo e accompagnarla verso una forma meno densa. L’orbita microcosmica descrive proprio una circolazione consapevole di questo tipo. In questo secondo senso una componente di attivazione appartiene al trattamento Tao Veda.
La destinazione è quella che il progetto dichiara ovunque. L’energia riconosciuta diventa presenza, conoscenza e consapevolezza: una connessione più piena con il proprio corpo, con se stessi e nella relazione con le altre persone. Resta dentro la persona che la sta vivendo, disponibile per la sua vita.
Il confine è netto e sta scritto per intero nella pagina Sessualità, tantra e confini. Non c’è attività sessuale, non c’è finalità di soddisfazione erotica, non c’è ambiguità nel ruolo. Il consenso vive nell’interazione, si conferma momento per momento e resta sempre revocabile.
Due linguaggi a quattro mani
Nella sua forma più ampia il trattamento è stato condiviso a quattro mani. Alcune di quelle ore hanno visto al lavoro operatrici formate nella kundalini activation. L’incontro fra i due linguaggi ha mostrato dove convergono e dove si separano.
Convergono sul ritorno in contatto e sulla circolazione: riconoscere una vitalità già presente, lasciarla muovere in tutta la persona invece di tenerla ferma in una zona. Si separano sull’annuncio del risultato. Tao Veda descrive dopo, insieme alla persona che ha ricevuto, quello che è successo in quell’ora. Chi riceve resta l’unico giudice di ciò che ha vissuto.
La forma a quattro mani chiede in cambio un protocollo più stretto, con il consenso verificato da entrambi i praticanti e una parola che ferma tutto. La pagina Il trattamento lo descrive per esteso.
Perché qui serve misura
Questo è il territorio in cui circolano più promesse: risvegli, poteri, trasformazioni garantite in un fine settimana, blocchi da rimuovere con una tecnica. Due ragioni strutturali spiegano perché attecchiscano qui più che sui cinque movimenti oppure sui dosha.
La prima riguarda la verifica. Queste affermazioni parlano di stati interiori, quindi chi le riceve resta senza niente di esterno con cui confrontarle. Se qualcuno sostiene che una stagione è iniziata, si guarda il calendario. Se sostiene che un centro si è aperto, l’unico giudice disponibile è la persona stessa, nel momento in cui è più disposta a credere di sentire qualcosa.
La seconda riguarda la speranza. Chi arriva a questi temi arriva spesso da un punto di difficoltà. Una parola che promette una trasformazione radicale trova ascolto proprio per quello. Qui il costo dell’eccesso lo paga chi ascolta.
C’è poi un fatto che riguarda le fonti: sono più prudenti di chi le cita. I testi dello hatha yoga circondano queste pratiche di condizioni, un maestro, una preparazione lunga, un regime di vita, cautele ripetute. Chi promette risultati rapidi si allontana dalla tradizione che dichiara di rappresentare proprio nel punto in cui quella tradizione è più esplicita.
Da qui una scelta di lingua. «Hai un centro bloccato» è una frase che spiega la stanchezza, la distrazione, una discussione andata male e una scelta professionale di dieci anni fa. Una causa che spiega qualunque cosa smette di distinguere fra le cose, che era il suo compito. Tao Veda lascia le domande a chi le vive: che cosa nella giornata stabilizza, che cosa disperde, da quanto tempo le cose vanno così.
La via del Drago
La via del Drago è un’immagine comparativa costruita dal progetto per dialogare con l’immaginario occidentale, dove il Drago è figura di potenza da incontrare e integrare. Le due figure appartengono a storie diverse. L’accostamento vive sul piano simbolico, appartiene alla ricerca Tao Veda e resta aperto alla verifica.
Cosa Tao Veda raccoglie da qui
Un vocabolario, prima di ogni altra cosa. L’italiano lascia senza nome molte qualità dell’esperienza interiore. Poter dire che qualcosa è più denso oppure più sottile, più radicato oppure più aperto, permette di nominare differenze che altrimenti restano mute.
L’immagine dell’asse verticale, dalla base alla sommità, come orientamento. È una figura antica e diffusa che l’esperienza ordinaria riconosce: la differenza fra sentirsi appoggiati a terra e sentirsi sospesi ha un senso per chiunque. L’asse funziona come immagine di orientamento, mai come pannello di comandi con sette interruttori.
Un metodo, infine. La storia di una mappa si può ricostruire. Ricostruirla resta alla portata di chiunque abbia pazienza: chi ha scritto il testo, quando, in che lingua, chi lo ha tradotto, che cosa ciascun passaggio ha aggiunto. È un procedimento applicabile a qualunque altra tradizione, dentro questo sito oppure altrove.
Per approfondire, da Il potere del serpente agli studi di Lilian Silburn fino ai seminari di Jung, vedi la bibliografia. Il posto di questa dimensione nella mappa del progetto è descritto in I quattro livelli; la pratica taoista della circolazione è nella pillar Pratica del corpo e meditazione.