I Tarocchi nascono come gioco di carte nelle corti dell’Italia settentrionale, intorno alla metà del Quattrocento. I mazzi Visconti-Sforza erano oggetti di lusso, dipinti a mano su fondo dorato, commissionati per passare la sera.
L’idea che vengano dall’antico Egitto compare per la prima volta nel 1781, in un libro francese. Fra il gioco e l’Egitto stanno tre secoli e mezzo, insieme a un’operazione che vale la pena guardare da vicino, perché si ripete in tutto il territorio di questo progetto.
Perché una pagina sui Tarocchi
Fra le tradizioni raccolte qui è quella con la distanza maggiore dal corpo. La ragione della sua presenza sta in tre punti.
Le tradizioni di cui Tao Veda parla trasmettono per immagini. I cinque movimenti sono immagini, il serpente avvolto della kundalini è un’immagine, le qualità dei dosha sono immagini. Chi legge le altre pillar maneggia materiale simbolico dall’inizio.
C’è una seconda ragione, più stringente. Le pagine su Tao, tradizione indiana, corpo sottile e Occidente mostrano quattro volte la stessa operazione: un materiale antico riorganizzato più tardi, dotato di un’origine più nobile di quella vera, presentato come sapienza immemorabile. I Tarocchi sono il caso di scuola, perché il divario fra la storia documentata e la storia raccontata è il più ampio di tutti, il che rende il meccanismo visibile a occhio nudo.
C’è infine una ragione che tocca il tema da vicino. Gli stati che il corpo attraversa arrivano alla parola con difficoltà: chi ha provato a descrivere una stanchezza che non è sonno, oppure un’inquietudine senza oggetto, conosce il problema. L’immagine arriva dove la definizione si ferma.
Come un gioco è diventato antico
La storia documentata è breve e solida. I primi riferimenti a queste carte risalgono alla metà del Quattrocento, nell’area fra Venezia, Milano, Firenze e Urbino. Sono un gioco di corte, con un mazzo più ricco di quello ordinario per l’aggiunta dei trionfi, le figure che oggi si chiamano Arcani Maggiori.
Il nome che portavano allora era proprio trionfi, in riferimento a una cosa che qualunque persona colta del Quattrocento riconosceva: i cortei allegorici con i carri, insieme al poema di Petrarca che portava quel titolo, dove sei forze si superano l’una con l’altra in sequenza. Diverse figure del mazzo si lasciano leggere dentro quello schema. La corrispondenza è stata proposta da più studiosi e resta discussa nei dettagli, come si conviene a una questione di iconografia rinascimentale. Il punto generale però regge: quelle ventidue immagini appartenevano a un repertorio allegorico europeo, cristiano e petrarchesco, comprensibile a chiunque frequentasse una corte italiana. Erano figure ovvie invece che figure segrete.
Un ultimo dettaglio chiude il ragionamento meglio di qualunque argomento. Il nome «Arcani Maggiori» risale all’Ottocento. Per quattro secoli quelle carte si sono chiamate trionfi. Perfino il nome con cui oggi le si evoca come sapienza nascosta è un prodotto dell’esoterismo francese, sovrapposto a un termine che diceva una cosa completamente diversa.
L’uso divinatorio arriva più di tre secoli dopo il gioco. Antoine Court de Gébelin, erudito francese, pubblica nel 1781 la tesi secondo cui quelle carte conserverebbero il sapere dei sacerdoti egizi, sopravvissuto in forma di gioco per sfuggire alla distruzione. Prove non ne porta: all’epoca i geroglifici erano ancora indecifrati, la loro decifrazione arriverà quarant’anni più tardi, mentre l’Egitto funzionava in Europa come deposito di antichità misteriosa. Poco dopo, Etteilla costruisce su quella tesi il primo sistema divinatorio organizzato. L’Ottocento esoterico francese completa l’edificio.
Il risultato è che una lettura settecentesca, costruita su una premessa storicamente falsa, è diventata l’identità pubblica di un oggetto quattrocentesco. Chi oggi compra un mazzo compra insieme la leggenda, senza che nessuno gliela presenti come tale.
Questa ricostruzione toglie ai Tarocchi l’antichità egizia. Lascia intatte le ventidue immagini, che sono un patrimonio figurativo europeo di grande densità, insieme a cinque secoli di persone che le hanno usate per pensare. Il valore sta lì. È più solido della leggenda, perché dipende da qualcosa che nessun manuale di storia può smentire.
Il mito tecnicizzato
Per nominare con precisione quello che è successo esiste uno strumento italiano, prodotto da uno studioso che merita di essere conosciuto.
Furio Jesi, storico delle religioni e germanista, ha dedicato il proprio lavoro al mito e ai suoi usi. Da Károly Kerényi riprende una distinzione fra il mito genuino, quello vissuto dentro una cultura che lo produce, insieme al mito tecnicizzato, quello ripreso e adoperato da fuori per ottenere un effetto. Su questa base costruisce la nozione di macchina mitologica: il dispositivo che rende il mito visibile e insieme inaccessibile, rimandando sempre a un’origine che nessuno può raggiungere.
Il mito tecnicizzato funziona in un modo preciso. Trasforma il passato in strumento di legittimazione per chi arbitrariamente vi riconosce le proprie radici. L’origine viene collocata abbastanza lontano da rendere impossibile la verifica, il che è esattamente la ragione per cui viene collocata lì.
La cultura entro la quale il passato è una sorta di pasta omogeneizzata modellabile nel modo più utile, in cui si dichiara che esistono valori indiscutibili, indicati da parole con la maiuscola. Furio Jesi · 1979
Il contesto in cui quella frase fu detta riguarda la politica. Il meccanismo che descrive opera ovunque un passato venga omogeneizzato per legittimare un presente. Le parole con la maiuscola sono la spia più affidabile che la macchina è in funzione.
Chiunque frequenti il mondo del benessere le riconosce senza sforzo. Antica Sapienza. Energia. Risveglio. Tradizione Millenaria. Sono parole che rifiutano la discussione per costruzione, perché discuterle significherebbe già essersi messi dalla parte sbagliata. Tao Veda si è imposto per questo un divieto lessicale, dichiarato nelle proprie regole di scrittura, sul vocabolario del segreto e della rivelazione.
L’Egitto dei Tarocchi è un caso da manuale: un passato inverificabile, scelto per la sua inverificabilità, applicato a un oggetto che aveva già una storia perfettamente documentata e molto meno utile.
Il meccanismo richiede malafede in misura molto minore di quanto sembri. Court de Gébelin credeva a quello che scriveva, Woodroffe voleva difendere una tradizione denigrata, Capra pensava di costruire un ponte. La macchina mitologica funziona meglio quando chi la aziona è sincero, il che la rende difficile da smontare parlando di intenzioni.
Lo strumento va rivolto anche verso questo progetto, altrimenti diventa un’arma comoda da usare contro gli altri. Tao Veda è un progetto recente, costruito da una persona vivente, che accosta materiali provenienti da tradizioni diverse. Un progetto simile può azionare la macchina mitologica in almeno due modi: presentando le proprie corrispondenze come scoperte invece che come costruzioni, oppure lasciando intendere che dietro l’accostamento fra Tao e Veda stia un’origine comune antica. Le contromisure sono quelle dichiarate dall’inizio: attribuire al progetto quello che appartiene al progetto, datare ogni interprete, riportare le forbici invece di risolverle in silenzio.
Cosa fa un simbolo quando funziona
Smontata la leggenda, resta la domanda che dà il titolo a questa pagina.
Un concetto definisce e chiude. Dice che cosa una cosa è, traccia il confine, esclude quello che sta fuori. Il suo lavoro è finito quando la definizione tiene. Un simbolo lavora al contrario: tiene insieme più letture senza sceglierne una, lasciando a chi lo guarda il collegamento che manca. Il lavoro non finisce mai, perché la stessa immagine restituisce cose diverse a distanza di anni, a seconda di quello che chi guarda ha nel frattempo attraversato.
Un esempio chiarisce meglio di una definizione. La ruota compare in questo mazzo, nella cosmologia buddhista, nel pensiero cinese delle stagioni, in una quantità di altri posti. Chi la guarda può leggervi il ritorno ciclico, oppure il fatto che chi sta in alto prima o poi scenderà, oppure il movimento che continua mentre il centro resta fermo, oppure la ripetizione che sfianca. Le letture stanno tutte dentro l’immagine senza escludersi. «Ciclicità» direbbe una cosa sola, la direbbe bene, poi chiuderebbe. La ruota continua a lavorare, perché chi la guarda deve scegliere che cosa vederci. Quella scelta dice qualcosa su chi guarda.
Questa proprietà spiega perché le tradizioni contemplative usino immagini invece di definizioni. Un sapere che riguarda stati vissuti in prima persona ha con il linguaggio un rapporto difficile. L’immagine indica una direzione e lascia a chi guarda il compito di percorrerla.
Spiega anche perché certe immagini insistano. L’albero, la ruota, l’acqua, la figura che cammina tornano in culture senza contatto fra loro. La spiegazione più economica è che si tratti di situazioni che qualunque essere umano attraversa, con immagini prese dalle poche cose che tutti hanno sotto gli occhi.
Jung ha chiamato archetipi queste forme ricorrenti. Il termine è utile e porta la sua data. L’accostamento fra Arcani e archetipi è una lettura novecentesca, mai una classificazione storica condivisa: le ventidue figure furono dipinte da artigiani lombardi per un gioco, quattro secoli prima che qualcuno pensasse a un inconscio collettivo.
Predire e interrogare
Qui sta la linea, più netta di quanto ci si aspetti.
Prendiamo una qualunque delle ventidue immagini, per esempio quella di una figura che avanza portando con sé poche cose, all’inizio di un percorso. Due usi sono possibili.
Nel primo, l’immagine predice. Qualcuno la interpreta e comunica che cosa accadrà, oppure che cosa la persona deve fare. Il futuro si chiude, l’autorità passa a chi legge le carte, chi ascolta riceve un’informazione che non può verificare.
Nel secondo, l’immagine interroga. La stessa figura viene messa accanto a una situazione reale, come una domanda: che cosa sto portando con me, che cosa ho lasciato, in che direzione sto andando. Il futuro resta aperto, l’autorità resta a chi guarda, la carta funziona come uno specchio ruvido che rimanda una versione di sé leggermente spostata, abbastanza da farsi notare.
La differenza fra i due usi si misura con una domanda sola: dopo, chi decide? Se la risposta è la persona, il simbolo ha fatto il suo lavoro. Se la risposta è chi tiene le carte, si è passati ad altro.
La distinzione riguarda l’uso invece che l’oggetto. Le stesse ventidue immagini reggono entrambe le operazioni, il che è precisamente il motivo per cui la linea va tracciata nell’uso. Chi cerca nelle carte una garanzia sul futuro la troverà, perché un’immagine abbastanza aperta si lascia dire qualunque cosa. La stessa proprietà che rende utile un simbolo lo rende disponibile all’abuso. Questo riguarda anche il serpente avvolto e i cinque movimenti.
Tao Veda riconosce soltanto il secondo uso. Nessuna previsione, nessuna diagnosi, nessuna sostituzione di una decisione che appartiene a chi la deve prendere.
Cosa Tao Veda raccoglie da qui
Un modo di tenere aperta una domanda. Le immagini servono a nominare stati che una persona attraversa e per cui la lingua ordinaria dispone di poche parole. Chi fatica a dire come sta a volte riconosce una figura. Da quel riconoscimento parte una conversazione che le parole astratte avrebbero bloccato.
Una difesa, che è il contributo di Jesi a questo progetto. Sapere come funziona la macchina mitologica permette di usare i simboli senza esserne usati. La stessa competenza serve a leggere i cinque movimenti, i dosha e i centri senza chiedere loro di essere quello che non sono.
Resta una questione da dichiarare. Il progetto ha costruito corrispondenze fra Arcani, centri energetici, dosha e cinque movimenti. Quelle corrispondenze appartengono alla ricerca del progetto, mai alle tradizioni originarie, che le ignorano. Sono state costruite di recente, restano aperte alla verifica, vanno usate come strumenti di lavoro invece che come scoperte.
Vale una cautela finale, rivolta anche a chi le ha costruite. Un sistema di corrispondenze capace di spiegare qualunque cosa spiega poco. Quando ogni Arcano trova il suo dosha, il suo movimento e il suo centro, senza attriti e senza casi difficili, la sensazione di ordine che ne deriva è un effetto della costruzione invece che una proprietà del mondo. Il segno che una mappa sta lavorando davvero è che da qualche parte resiste.
Nella pratica il segno è uno solo: l’immagine deve poter dire di no. Se una figura conferma sempre quello che chi la guarda sperava, sta facendo da specchio compiacente. Se ogni tanto restituisce qualcosa di scomodo, qualcosa che chi guarda avrebbe preferito non vedere, allora c’è un attrito, segno che qualcosa sta effettivamente accadendo.
Per le fonti, La via dei Tarocchi e Psicomagia, vedi la bibliografia.